giovedì, 20 dicembre 2007

LO SPRECO (Avertissement de l'auteur)


Stira qui un verbo qualsiasi

e mettilo addosso,

oggi non voglio lasciare

nel cesto

le pesche sugose di giugno.



Riempio la bocca

fino a sferzare il respiro.


- I MOVIMENTO -


 


SANCTUS


 


Sembra la vita che non si fa udire,


qualche misura di carne pulita


tra le vestali di questa magnolia


digita spasmi imbronciati di un’ala:


 


Tu scorrerai le isoterme e gli accordi


tra gli ingranaggi del dubbio e la folla,


sfilerai lingue d’Harmonium, farfalla,


dalla cantina in cui giacciono i tigli.



 









CANOPO



 




Credo ci fosse altro


oltre alle mani giunte,


stille di mantra sciolti


tra le più calde strade


mentre in agosto mamma


mi accompagnava in chiesa.



Ero una mezzaluna


sotto la sua camicia.


 


 


MELISSA NON C’ERA


 


Potrei allontanarmi


come fanno le api


per dare alle tube


stremate dei fiori


un coito di vento…


 


…Un origami, magari


(che certo non posa


su favi goccianti),


dà forma all’insetto;


 


nel Bosforo chiuso


da spugne marine


si erge quell’ala


che infilza ogni luce


e poi i suffumigi


filtrati dal legno


del porto ammuffito


combinano al bacio


un sapore di stupro.


 


 


MAMMA


 


Ricordi quando venne il nostro treno?


Forse alle 21:00 – e forse


c’era il grido di mio padre


tra le siepi a far da spia –


ed era Estate. Mi scossero


le luci nella sera, le vedo


ancora chiuse tra i binari


e la tromba del tuo naso, che dà il via:


“Dai, partiamo!”. L’ hai scordato


che volevo la tua schiena


per posarci su il mio nome?


E il solletico saliva con il nero


dalla penna sul biglietto,


poi nel lino e in mezzo al petto


e sulle case sballottate come denti


dentro il ghigno dei ferodi.


 


Che mancava alle persone


per disfarsi degli addii?


Forse un album come questo


(piatto, fermo eppure pieno


Di violette a macerare,


a stampare sulle foto


il solo spettro di un colore),


da sfogliare.


 


 


LE CASE DI KÓS


 


Rotolavamo, in silenzio,


sul fieno.


C’erano fili di nylon sul muso


del cane, assonnato


e disteso lì accanto.


 


Lontano qualche metro,


silenzioso, lo sbuffare


dei camini.


 


 


HAPPY RITES & NEW BITHS


 


La testa dei fiammiferi


nei titoli di coda


faceva luce in casa.


Mio padre la copriva,


versava sulla crema


la cera del suo augurio:


 


CHE NON CI SIA MAI SOLE.


 


Nell’umida emozione


che dava il “Tu” a ogni sogno


volgevano al saluto


Pietà d’infissi mobili


nei vani posti al buio,


gargoyles gargarizzanti


con Fanta il dejavu.


 


 


 


MEURSAULT 2007


 


Compro una barca,


la voglio che raspi


l’arsura dal seno dell’onda,


che frusci sui tetti, a distanza,


con fruste di vento.


 


Mi sposto


e risposo; c’è un covo di lumi


che segano il viso


sul bordo di prua e


sul legno un punto


solo mi disegna.


 


Mi sposto


più in là, a metà


tra l’amo e la boa,


dove c’è fresco


ed il fischio


sfinito dal molo


si spunta.


 


 


 


AUTO


 


L’unico effetto del mare,


ordinaria mania


di tendere al fondo sconnesso


il corpo slogato.


Ieri soltanto, deciso,


segnavo la casa


con X di contagio


indossando il tuo naso,


per non somigliarmi.


 


Ora anche un’unghia


di sole, un bicchiere


di the o Grand Marnier


riuscirebbe a pulirmi.


 


 


 


GANGE


 


La lisca


di fiori


ritorti


che nuota


sul fiume,


profumo


di fard


e saponi.


 


Ed eccomi,


nuovo.


 


 


 


- II MOVIMENTO -


 



L’ALTRO (Ouverture)




Lui d'altronde

mi consola,

dà al mio cuore

un gran nitore,

disegnandolo

su un foglio.

L'alchimia

che il pennarello

sa scrostare


dal contorno

pasticciato

sembra luce

fluorescente,

o forse gas

di deodorante.


 


 


BURATTINO (De amore I)


 


Baluginare sentendoti addosso,


ché sembra carbone il tuo bacio


sul naso, sporgente tra mille balocchi.


Ti segue il trapasso e ti sogno, mi senti


che mordo le braci nel sonno e ribaci.


Mio padre non veglia alla porta; mi spoglio.


 


 


UN DUETTO (De amore II)


 


Pura, vivida, lirica


Musica da camera,


tra i miei sospiri etnei


e le crome dei tuoi respiri.


 


 


DIDIMI (De amore III)


 


Brucio di sigarette


dritte sul corpo,


spalancato come l' orto


sotto gli ulivi di Cristo. E il velo


di ghiaccio s' insòla, rivela


la nostra distanza


lo specchio che ci sovrappone.


Fuoco nuovo sulle mani


se ti tocco, dopo l' illuminazione


che mi prese appena vivo. Io


( per altro verso, di riflesso ) già


sapevo che sarei rinato Dio.


 


È la terza,


la persona


che ci manca.


 


 


ALLO SPECCHIO (Tremblement final)





Lebbrosa, lutolenta


Tumida resti.


 


Tu mi daresti


L’ebbro saluto, lenta?


 


 


 


- III MOVIMENTO –


 


MEDEA A LUTTO


 


«…Sono un farmaco nel coma del diluvio,


la discordia che sigilla “Il grande amore”;


 


sono limo che si secca sulla siepe,


sono voce, vulva e seme…»


 


Spengo in fretta la TV,


esco in strada come ieri.


La bruma corteggia i lampioni,


i tombini ed i tacchi un po’ rosi,


puttana vestita di rasi e sospiri:


 


mi ruba la grazia del nero.


 


 


INSEMINAZIONI ARTIFICIALI


 


THE MORNING AFTER ALONE AT THE TABLE LISTENING TO GIANNA AND THINKING ABOUT ME AS A CALF (22 aprile 2006)


 


Accosta l'alluce-quello zigrino rosa, come un rugoso delfino del Rio (e un' unghia di alabastro)-al mio pendolo, la mia cortina di cipria. Sei in ogni parte di me, ti sento scendere tra respiro e battito se il Minipimer impazzito schizza lacrime opache come marmi di chiese gotiche e la mia faccia contusa infilzata a la gargouille sulle sponde del tuo letto le accoglie ringhiando. Vado punto e a capo, spegnerò le luci e da qui sparirai come sei apparso, soffocato dal liquore verde intenso dei miei occhi e dal colore della carta da parati. O vuoi restare, qui, nell'anima, a rovistarmi ancora un po'?


 


 


GIOCHI PIROTECNICI NELLA NOTTE DEL SABATO (25 aprile 1006)


 


Era marzo mi pare o fine febbraio e nessuno per strada portava il cappotto, io col cane e lui con l'ombra. Una foglia che restava viola sul ramo e un po’ stanca testimone dell'addio ed ero doppio per la strada, come un quadro di Picasso; l'afferravo sotto il collo in attesa del suo "no", pronto a stringere più forte la maniglia di quel cuore, delle vene sempre gonfie di salsedine e conchiglie. Naufragando fra le onde di automobili e semafori un po’ stanchi, quasi viola di sorpresa abbiamo urtato questo scoglio di silenzio (e il mare lucido di plexiglas e le rovine dei fori e i gabbiani e le luci di Via Cavour e le onde, lente di Virginia nella mente). Poi a casa e torno uno. Senza viso. Uno strazio di ragazzo striminzito nella maglia a righe viola che ricuce la ferita (oh! sospetto d'esser nato prematuro…) coi capelli della madre.


 


 


LA COLAZIONE DEL POETA (27 aprile 2006)


 


...Vigile nella speranza di propormi, nella probabilità che s'incendi la City; io per primo, mille vecchie tra le braccia, riduco le vampe in fiocchi d'avena sparse nel fumo denso come latte...una ruga di tungsteno sulla fronte, già alterata dal sereno che s'affaccia al finestrino dopo ore di grigiore e grida all'occhio "Non guardarmi"!...


...Sul treno dormicchiavo e un giovane inglese di legno smaltato e smerigliato, meraviglioso nella cornice palissandro di grassi trucioli rossi ha morso le mie palpebre, tagliato alla coccarda i nastri sgattaiolando quatto sul sedile nell'angolo sinistro.


 


 


EVAPORAZIONE (28 aprile 1006)




Ti mormoro, mormoro, mormoro romanticamente piano, Enoch: riducimi a rumori e azoto. zaino in spalla e andiamo da una nuvola a un pino, da una mano a un motore, dal cuore al pene, dal sole al sole, al vuoto che riempie il nome di ogni nome, cavalcando le parole. e ti mordono, mordono e mostrano le ossa ruvide i deboli, i vecchi, i giusti, Margutte, Zenobia o chissacchialtri. Non c'è cosa più grande di me. Non c'è.


 


 


L’ULTIMO COLORE AL MONDO


 


Ridono sotto i piedi le scale


quando le scorri


correndo


con lui?


E resta nei quadri sul muro


un colore diverso


da quello


del muro?


Ti resta altro da odiare


oltre al sole, la pioggia, il vento?


E gli occhi restano attenti


O attendono il pianto?


Lui non ti ricorda soltanto


col pollice in bocca


e la notte ti legge


dai piedi alla pancia


sfogliando lenzuola,


da un’anca a quell’altra.


E i suoi occhi restano attenti


e attendi il vento


che porta al mattino la pioggia


a lavare dal rosso


il sole che s’alza


oltre il muro del pianto.


 


 


PENTAFARMACO


 


Si fa la Dolce Vita sul sofà


con Signora Dica, così paziente:


«Su con la voce e la schiena e


mi dica, signora, che sente


se punto la punta sul punto...


...Sicuro! La flemma si cura


con tante sedute ( e una corsa ):


questione di bassa pressione,


le dico. Ma dica, Signora:


le prende tra i pasti le paste?


La prego, non faccia questioni


sul cibo che allunga la vita!


È così che si cresce e si muore


e ancora, Signora Dica, mi creda:


non c'è tomba che un dottore


non riesca a saccheggiare!»


 


 


 


LA BAGNANTE


 


Dunque vediamo


se fuori dal grembo


posso sfilare


cascate di perle,


se il muschio e le alghe


e le dita di morto


che intreccio alle mie


m’adornano il fianco


o restano a galla.


 


Senza colpevoli,


senza sospetti:


inconsapevole;


mi spargo tra i cieli


e la terra, li perdo.


Sciocca! C’hanno


versato in un vaso


tutta me stessa,


tranne la testa


lanciata per aria


come un birillo


da un uomo di strada,


un pagliaccio.


 


 


PANOPTICON


 


Di mamma e i suoi baci:


è ancora l’alba, appena,


labbra fulve sul cuscino


dalla ressa dei fulgori.


 


Dalla finestra, piccole mani


si slogano piano lì,


sotto il mio peso.


 


Preso dal fuso d’aria ritorta


torno a vedere, e tu sei con me.






ET IN ARCADIA EGO


 



Ho smesso


di cucire i monti,


le vie decorate


dai serti votivi


del freddo,


sodale mio stretto,


si lasciano


aprire


in un'asola


appena le infilo.


E il vuoto scompare.


 


 


NECROGNOSI


 


È meglio spingere avanti

la salma, povera Agnese!

L'hanno riposta a una spanna

dal termosifone

e col caldo che s'alza

non resta segreta

la putrefazione.


 


 


WATERLOO O ALTRO


 


Chi sa che si dice


al di là del fronte?


Si sa che si muore,


si muore e si dice


si muoia vivendo


momenti felici;


dai salici bassi


che indorano d’ombre


il lago dei cigni


ai grassi deserti


divelti dai pugni


feroci del caldo,


è cielo che sale


e ricade di nuovo


sul fronte e sui cigni,


sul monte. Sui morti


e sul mondo dei sogni.


 


 


GIGA (Dédicace posthume)


 


Cerco ovunque


le parole perfette,


come filmare


in piano-sequenza


i miei ultimi


attimi di vita


e lasciare sulla porta


due righe, a mia madre:


«Ho partorito anch’io».


 


 

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giovedì, 20 dicembre 2007
#

Incastrato su un ramo
sta il cappello di nonno
è un ramo d'ulivo
che ne rende ogivali i ricordi.

Il livastro protese i suoi rami
fece bastarda la razza
morale
già unta di sansa.

Le istrici ora predano fave
non dicono "grazie" di sorta
non chiedono nulla.
Mio nonno ha lasciato
il cappello
ha abbandonato
il suo orto.


Funerale a Roccagorga

Sfila
il carro funebre
dopo le corone di fiori
poi sciami di vecchie vestite di nero
fusi sconnessi
a tessere trame di lutto
su vaghi tratturi da sempre percorsi
vene nel manto stradale
prima sassi poi asfalto poi tombe
lavoro chiacchiere e sonno.
In fondo ragazzi confusi
sentono ancora lontana
la morte.

Occhi

Caldo
buio trafitto
pulviscolo in fermento
riflesso di voci confuse.
Occhi aperti
a metà
occhi che cercano
il senso e la strada
occhi arditi
a immaginare il futuro
occhi sospesi
occhi pensosi
occhi un po' stanchi.
Amano stare
questi occhi
affacciati oltre la sponda
del sogno
scoprono
dietro le palpebre chiuse
piccoli mondi segreti.
Cercano disperatamente
due occhi
nel cui sguardo
perdersi.

Luccichio
di stelle lontane
fruscio
di brezza.

#

Pensiero veloce
precorre spazi e tempi
non ascolta
alcuna voce.
Come un tarlo
s'insinua tra le pieghe
del mio sonno
ne divora
le fibre.
Prima del riposo
non ho più
dimensioni
si accartoccia
lo scorrere del tempo
si frantuma e ricompone
in cento direzioni
inciampa e ricomincia
sussulta e poi rallenta
si scrosta e si consuma.
Domani
che sarà
di me?


Aoristo

Sigaretta soffocata
dall'acqua.

Degno contrappasso.


#

Stasera il mio giorno
se ne va
a morire
si spegne lento
come se fosse
troppo stanco per dire
"sono stato"
come se sentisse
un peso di sconfitta
nel confronto
con giorni migliori.
Ha recitato da sé
il suo requiem
non ha voluto nessuno
a penetrare
il suo tramonto opaco.
Ha chiesto solo
di non essere
dimenticato
domani vuole tornare
luminoso.


Nero

Ho visto il nero
incombere
su prati fioriti
non nuvole, il nero
incombeva
il nero
non è il colore
della vita.

Vivevamo nell'Eden

Se potessi
fondere e colare
tra le pieghe del tempo
forse lo farei.
Spettatore muto e asettico
che chiude i suoi occhi
nel bianco
che può fumare
senza dare fastidio
che può pensare
senza creare rumore
poco più che neonato
poco meno che adulto.
Tante cose son buone
a creare barriere.

Vivevamo nell'Eden, un tempo
credemmo di poter stare
meglio.
Ora siamo solo
più bui.

Eden reprise

E ora sono solo,
più buio.
Non ho compreso fino in fondo
la ritmica di questa giornata
(apparente dissonanza
come un accordo
di settima quinta più
devo rintracciare
l'armonia
aggiungere
none e undicesime)
non ho visto mani
rispettare le linee e gli spazi
la musica
mi ha estasiato
e poi trafitto.
Non capisco, oggi.

Mi è parso di udire
una pioggia di stelle
il suo rumore, stanotte
nasconde la musica.


#


Nel buio
ho soltanto potuto vedere
un fuoco fatuo
accendersi e sparire.

L'irrazionale ci inghiotte
ci trascina sui sassi
e proviamo a pregare
e forse non sarebbero
le nostre mani
giunte
se fili d'erba
non ce le legassero.

Tante occasioni perdute
troppe radici affioranti
hanno rovinato il sentiero
e nel sonno
stemperiamo
il nero e il grigio
di questi orizzonti.


#

Attendo
la dolce apostasia della mente
che mi culli
sulle onde della vita
in fermento.
Voglio avere
il Tutto
chiaro.


#

Pugnali coperti di seta
si fanno strada
tra le costole.
La morbidezza, adesso
è lontana.
Mani
non più per carezze,
di carta vetrata
mi sbriciolano
le guance.
Ho creduto che l'Amore avrebbe vinto
ma la sua eco
è spezzata
è stridio
assordante.

#

Forse son troppo leggero
e a stento avverto
il sapore
dell'Anima del Mondo
che di striscio
mi colpisce.


#

Tutto quello che potrei dire
è niente.
Su lenzuola nuove
sono spinto a soffocare
di emozioni
portato a morire
più e più volte
in saliscendi di singulti.
Rido come un bambino
estatico relax
come d'azzurro onnipresente
come oblio indotto e temporaneo
come canto di sirena che rapisce.
Tutto quello che potrei dire
è niente altro che
mi sono perso.



Dopo il grande splendore


Come posso dimenticare
quei momenti
di abbacinante splendore?
Si riaffacciano ogni tanto
dalle pareti traslucide
dei ricordi
a far male
a mischiare
la sabbia
col miele.

Quando scivolerò
nel sonno
forse la incontrerò
tra i sogni.
Ma arriverà l'alba
a condensare i vapori
del tempo che fu.

Scorreranno via
azzurri e lucenti.


#


Ti saluto
mentre sto a guardare
come cambiano
il cuore e la testa
e sorrido
interrogando foglie mischiate
crecando un responso
abbracciando un ricordo.
Il dolore è trasformato
è divenuto salvezza
antitesi lustrale.

Mi preparo un giaciglio
in questa nicchia
e faccio sogni
felici.


#


Mi sono messo a scrivere
per vincere la noia
e ho ottenuto
un pugno di mosche
e qualche verso
sporco.


#

Le sciocchezze
fanno assalto
alle mie porte
e non mi distrarranno
dal pensiero dei giardini
che fioriscono
lì dove la primavera
distribuisce il suo profumo.



#

Il passato ha
uno strano sapore
quando lo vedo riflesso
in quest'oggi diverso.
È l'ignoranza del tempo
che vivo e che passa
e che traccia il confine.
Sono le storie che il cuore racconta
quando gli pongo
le mie strane domande.

Perché pensare in qualcuna
delle mille varianti del nero
quando il soffio del vento
è dolce
e ti trasporta
incosciente
verso approdi insperati?


Avorio


Stridono le vetrate
l'una gotica
l'altra di neon.
Io mi stendo
sulla lama del rasoio
a metà
e lascio
che l'avorio mi abbracci
morbido.


#


Mostrate
a un bambino
il buio della notte
e scapperà
per far festa
tra soldatini
gelato
e il nasino da pulire.

La paura scompare
prima o poi.

Requiescas


C'è un bouquet di sposa
sulla lapide
ricordo d'una festa felice
che non hai potuto
gustare.

Riposa in
pace.


23:04

Sorseggio un goccetto di sherry
e mastico il fumo con denti scomposti
con deboli raggi di luna
rifratti dal liquido rosso.
Né caldo né freddo, né chiaro né scuro
solo morbida ovatta negli occhi
tra i nervi.

Offusco le albe col mio fare distratto
perfino i tramonti.


#


Cani gialli
si incipriavano nel fango
di farina di granturco
cani rossi
si straziavano la pancia
nelle viscere estirpate
di animali fuori posto
con i geni schiccherati.
Cani rossi van per strada
sono quattro
poco dopo
sono tutti quanti morti
cani gialli fortunati
fortunati
fortunati
animali fortunati
tutti quanti fortunati.


(21.XI.2007, 01:40)

Parlavo
di cose già dette e ridette
ed è stato
come in confessione
i tuoi occhi specchiavano i miei
era lì che guardavo.

Non crederò mai ai tarocchi
preferisco acchiappare
le bolle di sapone del bambino.

Hai forgiato lucchetti
e donato,
catenelle di rame hai intrecciato
tra cervello e miocardio
tu, inconsapevole fabbro,
derubata del lavoro manuale...
Mi deruberai anche tu
e sarò svelto, felpato
a subire il tuo furto, inaccorto.



#

Sbatti un poco le ali
quel tuo paio di protesi iconiche
cicaleggia lezioso aggrappato
alla mia schiena-corteccia.
 
Illuminacustodisci
reggigovername
che ti fui affidato
ma non ho ancora capito chi sei.
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giovedì, 20 dicembre 2007
"Se non proprio ricordarvene
per sempre, vogliate almeno lasciare
un sorriso passando davanti
la pietra di Questi
che in vita mai ne negò"
sdraiato nell'erba,
traduco all'impronta
dal sasso. E penso
alla mano che scava
alla piana che si riprese le ossa
(questa piana) e riprenderà fin
la lapide e il poco che serba
di Questi

-che siede nell'erba.




1
***


ORA DI PORTO


Cosa rimane del viaggio trascorso
tu dallo alle pieghe dei legni contorti
alla satura sabbia e ai tronchi segnati,
caduche spie dell'etterno ritorno.
Ne' pozzi fra la rena s' alza
acqua salmastra che indovini al tocco
e cerchi, come miracolosa fosse
o salvifica. I pini marittimi, le palme riarse
che vagano, confondano e mutano nell'orizzonte
lo specchio che s'appressa al cielo, e a noi
sue imagini sbiadite e spente. E sembra
che questa nostra barca rimasta
amarrata al palo ormai sommerso, mezza riempita
e tristemente tesa, sembra la parte
che di te rimase a terra
al porto estremo della tua partenza.

Imagine che sei d'un vago sogno
imagine che sono, ombra di che, ricordo
rifratto dentro l'onda vuota, che lenta
allaga e posa.





CARATTERI MOBILI
                        
                      Non butino via detti libri,
                      maxime quelli a penna.
                                             Marin  Sanudo

Il velenino steso a queste facce bianche,
impresso; reso permesso dell'orafo
lungimirante di concedersi alle stampe.

Vedesti che di lontano ti
vedevo, tenendoti la mano;
le pupille cangianti come il prato
su cui ero, sopra cui eravamo
recavano stampato in nero
il profilo alterno dei cipressi.

-(Il noi di questi versi può riguardare
 il comune essere persi credo,
 l'impossibilità di scorgere l'avanti guardando
 fisso indietro)

Nei pressi di quella casa fiorentina del Bisticci,
passammo col dito sulle
quarantadue linee -guarda il caso-
d'un libro offerto dalla bancarella, e decidemmo
che quel pocho di non vano scritto
sopra 'l nostro cuore, è a mano.



A CAPO

Non leggere gli a capo
come virgole, non sono.
Il tono basso per segnarli,
lo scarto della voce,
il sospiretto, non usarli:

è la bestiola morta
che lascia
una patina sul lastrico
dopo aver salutato
-sempre più piano-
la gente che per giorni
l'ha evitata.
Il grido del bambino
che non conosciamo
-al parco
il fiore che è nel verde
senza compagno.

Va pure dritta
al verso dopo e al dopo e al dopo.
Sposta la frangia dal foglio
con la mano.
Se te la senti a volte
dì ti amo.
Questo è un a capo.





Stanotte ho rivisto tuo padre -sempre in sogno-
con gli occhiali che tu dici non porta, non portò
forse attendermi o attendere altri
parve a me, imbambolato da quel
velo di coltre che sai.

Ho preso una foto più tua;
-perché non hai foto da sola?
forse solo perché amando te
tu costringi qualcuno ad amare
altre quattro o cinque persone...
..............................................................................





2
CENTONE DEL SANTO


I
Sono rientrato a salutare
un'altra volta,
ho riappeso la giacca
all'uomo morto...
Furono gli eterni sibili dei ghiacci
(cri...i...i...i...i...icch)
dandoti due baci
-volli tagliar corto-





BIBLIOGRAFIA

Tengo tra miei cartoni anche un
cartoncino con un gran francobollo verdastro
di navi in un porto; sopra c'è scritto
in bella grafia corsiva 'auguri', e la firma Sandro.
Risale a quel tempo in cui mia madre
fu a servizio da una vecchia nipote
di Sandro Penna, e alla scatola di carabattole
che ne conserva come ricordo.
Se auguri d'un parto, una pasqua o
un compleanno, non è poi detto-
Su questa cartaccia ingiallita
ravviso, passandola fra le mani, forse lo spettro
di quello che in vita fu la poesia -non
il poeta di carne, ma l'anima vera,
che dentro quei libri di prose (che di
questa mia carta non sanno)
d'elenchi ordinati, io rivedo, sì,
a pena.



II


Bagnandomi la giacca
cercai d'afferrarti la caviglia;
evidentemente  -pensai-  quell'infima
vasca era il mio Arno
e tu, veloce sirena (sogliola, torpedine, triglia)
legata al mio amo
voce dentro che bisbiglia.





ROMANZO (confidenza amicale del Gioberti a uno)


La peste di questi anni
amico, è vero...
il moto vano degli stati...
i pochi matrimoni celebrati...(con
gesto della mano)





Che è quel bagliore alieno?
quella fiamma nel buio?
-e io che neanche mai
le avevo viste le lucciole
mi ritrovai d'improvviso
a seguirne col dito
il cammino lucente- E' sola,
una sola (quasi non credevo
esistessero, fuor del
bestiario fantastico)
-e così tristemente il lumino
s'allontanò nella notte, credo
andasse in cerca d'un simile.-


III


MARIANNA MONTALE


A Pantelleria bevvi l'acqua
che veniva dalla cisterna
coll'anguilla. la sorella è messa
lì a vigilare che non si guasti
pei vermi o per le alghe;
più bevevo e più pensavo a lei,
a quello che le toglievo per vivere,
finché un giorno un ultimo bicchiere
non l'avrebbe soffocata.
anch'io sono rinchiuso dentro
una cisterna zeppa di falle:
il tempo scorre rapido tra gli accidenti,
per me trattenerlo è impossibile...





Questo canale sotto tale vento (ma
attenti, che quando dico questo,
non intendo dire altri)
è traversato adesso (...) da questi tanti
contadini che conosco, per via di
quel ponticello. Alcuni guidano
il trattore biodegradabile (e figuratevi
l'anno in cui siamo!) altri
la vecchia mietitrebbia, alcuni
in omaggio all'era del ferro
tirano il carro stracolmo di falci.
Ma di tutti rimangono sguardo e baffi,
scarpe e giacca. E vedo il vecchissimo
Nino, infine, scaraventato a noi
dagli anni ottanta...


3
RECUSATIO

I
Vorrei che non esistessi e esisti
profilo alterno dei miei versi; almeno
di ciò che molto (o poco)
generosamente credono tale
gli amici cui do a leggerli, gli uffici
addetti del rifiuto delle
grandi case editrici, qualcuno dei miei morti,
il gatto nero e bianco, il marinaio
con cui divisi lo scomparto
fino a Sestri...


II


Ecco la nuova edizione di me;
nulla di quanto riconduca all'autore
è invero celato, per chi lo sapesse leggere
forse è in chiaro anche un titolo
(e un sottotitolo) -tutt'altro che
raro qualche rinvio a margine.
Sono assenti divisioni in capitoli e simboli d'interpunzione.
Allo stesso modo manca di verve accademica
l'oscura ramificata premessa (nemmeno firmata)
ma vige un fortissimo apparato
bibliografico, un buon impatto alla pagina,
un capitolo di ringraziamenti
del tutto inventato.





CRISTO LA TIGRE

'Non sapete che un uomo come me
sa indovinare?'
ma la voce si ruppe più presto
e la faccia era quella di un ladro.
Fu un furto del resto,
in un minuto si sbrigò ogni cosa;
lo presero in mezzo, ammise
la colpa, gli inchiodarono
una mano nel legno
e l'altra alla borsa;
un filo di sangue dai polsi
e fu tutto;
calavano tenebre a lutto.





...un viale con la luce in fondo.
 -la luce in fondo?
finisce nella piazza principale,
di lì, la sua, è la strada che sale
ripida sui costoni della collina
 -potrei magari fare prima...
No. L'unica via
è indicata, di tanto in tanto
da qualche passante in vena
di suggerimenti. Proceda
senza chiedere altrimenti.





LA RONDELLA (canzonetta allegra)

"Questa è la mia condizione:
di stingere eternamente contro il bullone"
annunziò la vite insuperbita
alle sue amiche viti...
"e tu, bella, chi sei tu?"
-poi strinse
"Io sono -strozzò la voce-
l'io o la rondella".





POESIA ORIGINARIAMENTE INTERA FATTA A PEZZI


Sono convinto che
                                   ci sia
(...qualche maledetta
                                            malattia...)
     un
                 mero
                               abisso
dentro ogni occhio ch'ò visto
(...la voce di Dio: "esisto
                                           non esisto"...)






Il bambino che mi guarda                                                                       
di sotto in su, rosso
di rabbia e vergogna, continua
finemente ad ansare; ha usato
parole come odiare
rivolte alla madre rivolgendosi a me,
e ora sperde il sentimento, diviso
tra l'umidore degli occhi
ancora offesi, e il sospetto del viso
spiazzato del mio riso.



4
UN' ESTATE



EPILLIO

                    con in mente indelebile D. M.

Nella sera agostana in questo borgo
costantinopolitano,
nella pace senza senso dell'attesa
è finita la tua guerra.

Non arrivano nel cuore del macigno
gli scricchi
che le cavallette portano a consiglio
e noi crediamo assedi, il giro d'arcolaio
di cicala, le camarille
del grillo.

Non ultimo saluto di monarca
il tuo, ma breve lazzo al cavallo azzoppato
dello stalliere che ride <<cavalca
Ravenna è lontana!>>

Per la tua leggenda
si prepara un epillio che non è falò o vampa
ma candela christiana;
una strada che traversa la campagna
ma torna alle mura;
un romeo che per via s'attarda
sempre più s'attarda.





ALLA STAZIONE (PRIMA DI SAPERE DEL SUICIDA)

Nessuno manca o s'attarda.
Il mattino digrada al meriggio,
alla sera, nel fischio

dell'ultimo demone intatto.
Tutto è altro su questo binario;
l'altorilievo dell'ascia in ferro battuto
è una spiga, il grido d'aiuto
un a dio, l'assiolo che parla un' upùpa.
Ascoltano i rovai a pena
scossi dal vento,

nel filo dei monti lontani
nel tocco che suona i filari, l'erba
nata sui tetti e le stelle
e la falce e le nuvole
e gli altri--
della natura gli oggetti,
                                         anima.

L'ora non è. La ferrata è dispersa.
Un breve grido di rare cicale. L'ultimo
strillo del tuo nume tutelare.
  






Il rivendugliolo d' anticaglie nascosto
tra le chiese del giro ti fece ridere
<<Cristo non l'ha cacciato poi lontano>>

Comparivi dal buio annunciando:
l'elmo del milite lappone,
gli occhiali di Ciano (riconosciuti da un
'sulla spiaggia, a Capri'
dell'archivio privato) la macchina
d' Ezra; rispondeva un giro di tarlo.
Io ero perso in un falso incunabolo
che il rigattiere diceva pregiato
..............................................................

E' il solo ricordo che mi renda
un po' del tuo sentirti già polvere
come ci si sente in viaggio...

Il solo altro è quello del tuo basco,
che fino alla fine
ti rifiutasti di togliere.




5
***
CIMITERO EBRAICO


Queste mani strette al volto
nell'usato gesto diventano specchi, ora
e mostrano il cumulo di pietre
lasciate dai miei vecchi.
Le terre traversate a stento,
le estati dell'inverno
trascorse dove? il tempo
che accolse e nascose
le imagini dei miei.
Il sentiero che mi corre
tra le luci e sale a monte,
lo devo a chi?
a chi parlò e rispose?
che parole? ascose
zolle mosse, tra le lapidi.

Pianissimo secreto, ecco
cui memoria impetra

-lascio scritto sotto questa pietra.





Di qui si vede a pena
il dorso d'asino.
Puoi essere tu a traversarlo
tentando passo a passo il suono,
il suono piano del sasso
sgranato dal sole.
A un dipresso da questo epitaffio
si prepara la strada,
leggine il segno che reca: nulla più
del taglio o del graffio
che lasciano le dita nude.
S'alza dal fondo
un umido vento di nulla,
ascoltane il soffio in silenzio
sul ponte ogni anno
più alto, più alto sull'acqua del salto
che va alla palude.

Fratello dunque, te non sentire 
in questa sacca arida,
tra scaglia e scaglia
non riconoscere la lampa del riflesso
che par che salvi e abbaglia.

Forse ha pensato alcuno.

Nella campagna devastata,
la traccia s'è confusa e dura come un' eco
sconquassata, e non esiste
altro che la stonatura.

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giovedì, 20 dicembre 2007
sul blog pubblico alcune delle mie poesie. Sono divise in quattro sezioni
 
I sez. Nuvole
II sez. PASSAGGI
III Sez. Delle cose perdute
IV Sez. Ossi di vespa
 
 
 
Sez. Nuvole
 
Sera d’estate (10 marzo 2007)
 
La tua pelle, dormiente
posata sul mio letto
e coperta del niente,
riscaldata solo dai miei pensieri.
Le chiome che scurano il volto,
lo negano agli occhi, e lì mi perdo.
Il vaporoso sudare d’un pomeriggio
d’amore, bagna ancora il lenzuolo,
è divenuto tua essenza.
La mente riposa in spasimi celesti.
La schiena è nuda,è rivolta,
una curva che poggia sulla perfezione.
T’osservo: ora è tardi davvero.
 
Nuvola (22 agosto 2006)
 
Il seno pulsante d’un dolce
sudare coperto, un nuovo sapore.
m’assale, m’assale
è l’assaggio della tua pelle:
morbida e bianca, nuvola
celeste che esce nell’aria,
s’ammorbidisce nel cielo,
le mani ti cercano ancora,
tu voli. Gli occhi
restano ad osservarti:
io sono la terra lontana.
 
Le lacrime e le cose (13 marzo 2007)
 
Giunte alle lacrime le cose,
tutto si lascia andare,
tutto è solo ricordo,
da un vetro un raggio s’espande
è quasi sera, unico vacuo colore
di un tenero tenero sole.
Cigolanti le parole non muoiono
sole, si lasciano andare nei fiumi
più scuri d’un abisso mistero,
giunte alle lacrime le cose.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Chimera d’oggi (31 giugno 2007)
 
Viso m’apparve, o sorriso
destato dal sole estivo.
Lontana dolce regina tu fosti,
tu sei…Il colloquio finisce
s’accinge la mente a cercare
le giuste parole: non fossero,
eburnee, illuminare
i tuoi occhi non fossero…
lacrime bianche: cupi s’offoscano,
la speranza è poesia.
 
Tram (16 gennaio 2007)
 
E’ dolcemente finita,
s’è chiusa come gli occhi
di un grave malato,
al rintocco d’una campana.
Suonava suonava e piano smetteva,
si affievoliva, la morte, l’attesa.
Finiva in una giornata,
alle sette, subito sera,
nell’ora migliore,nell’ora sincera,
quella d’una passeggiata
tra due innamorati:
<< Ti porto a casa stasera? >>.
Il suono tornava, triste,
patetico d’un marocchino
che solo provava l’organo di Barberia,
si spande malinconia e nostalgia,
distratto e desolato
evito il tram davvero per poco.
 
Canneti e giochi
 
Quieta, solida, l’acqua del fiume
nei pressi della via senza strada,
ricordi i nostri giochi agitati?
Le nostre paure, che penetrano
fin dentro al corpo, quel manto
di silenzio strisciante? dove sei ora?
Dove le poche stagioni?
 
Un canneto sommerso da ninfe,
da muschi, che spesso,
ha nascosto un dolce sospiro,
un respiro sensibile fra gli alberi,
un desiderio vivo spirava,
e come se l’erba, e non l’aria,
girasse forte dal giuoco del vento.
 
È stato rifugio per quei momenti
da occhi incerti, incerti e fuggenti.
Davvero ascolti i miei occhi?
Davvero tocchi i miei odori?
Tutto ora ti è dovuto,
i pochi palazzi d’allora
sono sfogliati dai sensi.
 
Non esistono più dolci parole,
sono nebbie i ricordi, sono dure
le ore, tutto, tutto era solo riflesso,
il fiume placido, quella campagna,
i rovi, i muschi, ed i canneti,
le tue e le mie di vergogne,
trovavano vita nei nostri sospiri.
 
(Senza titolo)
 
Amore piumoso fatto di nuvole,
tu che vivi nel cielo, trovi sostanza
ad ogni passione nei tuoi temporali.
 
Tra fulmini e saette un abbraccio,
ed un altro e un altro ancora, si alternano
baci e baci…
                    il mio corpo si brucia…
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Pax eterna
 
Le vecchie candide tombe papali
nelle chiese romane, guardate
da incensi regali, da croce segnate.
Tu sola ed io, in un universo immortale
tra eterni riposi, e ossa normali
trovano in te ragioni speciali.
Lo sguardo si posa su marmi
ed affreschi, dove finiscono i sogni umani?
Dove le anime trovano ritorno e ristoro?
Nulla mi manca ma tutto m’assale.
 
 
Sussulti e sospiri
 
Tornate cupi e ripidi versi
miei, tornate rapidi
sui treni alati, sul vento,                                       
senza fermarvi, senza sostare
su quella rupe, tana delle lupe,                    
che grignano i denti
a ogni abbraccio, a ogni bacio.
 
Tornate presto e lievi versi
miei, siate di buona compagnia
ad ogni sussulto, ad ogni
dolce ed agra parola mia,
tornate ora a Latina mia.                           
Sia rifugio ad ogni morso,
per il rimorso di avere
donato a nolo ogni intimo                       
bisogno mio, i miei sognare, i miei.
 
Ed io? Io resto di guardia
a questo mondo, a domandarmi               
sperso, disperso, perso, sballottato,
ammainato, distratto, se davvero
tutto è poesia dov’è l’allegoria?
E c’è bisogno di far scorrere a fiumi
gli inchiostri delle nostre penne?
 
Ad ogni lettura, il tuo labbro
mi aggrada, da oggi tu sei.
Tu sei la Venere d’oriente
che nasce nasce dal golfo del Bosforo,
che è bagnato dal sole.
Tu sei la venere μυστήριο
Che nascondi gli occhi tuoi,
ma li sento fendenti nella carne mia.
Tu sei. Tutto tu sei. Tu sei il bicchiere
vuoto, del tavolo pieno.
 
Al prato
 
Gli schizzi dell’acqua che bagnano
i frutti, i meli, l’orto di casa.
Io, un po’ cicerone, un po’ mecenate
ti sussurro dei sacrifici dei vecchi,
del sangue sputato sul mio giardino.
Ma ridono i grilli e risplendono
i pomidori; le tetre luci,
più dolci, di ogni alba gioiosa,
si lasciano andare, un po’ricercate,
accenne di dive, sui miei limoni, i pani
limoni. Tu, tu che ridi del piccolo
prato e della stazione a due binari,
le sole direzioni, sono poche le fughe.
Nei tuoi occhi stagni conservi[celi] il ricordo
dell’ odore proibito della campagna
-certo- ancora ridi- che neanche a [sembra] villa phampilij-


Sez. PASSAGGI
 
………
 
Io e te dal rigattino di piazza quadrato
quante riviste abbiamo setacciato,
ed a ogni prime idi del mese, nuove scoperte,
rieccoci ancora allo squassato mercato.
Ah quanto si spende alla letteratura.
 
 
n-1….
So che già che la parte del viaggio
tra due sconosciuti è destinata
a finire. Possiamo ancora scendere dopo?
Si, si che possiamo, e poi la stazione
la sento ancora non troppo lontana.
 
 
n-2….
Quante volete ho detto d’amarti
e si sono svegliati i sospiri,
i respiri si sono assopiti,
non c’è mai stato male nel dirlo,
riccia, o nel raccontarcelo
 
 
n-3…..
Che belli i momenti passati, stesi
sul letto, quasi addormentati,
a disegnare le sorsate dalla aranciata
dei nostri bambini, che io so
che non avremo insieme.
 
n-4…
E quando sono sceso a quella stazione
là, ho capito mia dolce lepre
che non t’avrai più potuta prendere,
che non c’eri ad aspettarmi piccola
lepre, tra le macchine e il marciapiede
e la vecchia fontana, all’improvviso
le lacrime si riscoprirono di cose.
 
n-5…
Eri tu riccia al mio fianco, in quel volo
un poco bizzarro per l’ungheria,
tu, e nessun’altra mi tenevi la mano
a me bambino, e la stringevi ad ogni
vuoto, quando in gola si fermava
una bestemmia come una preghiera.
 
n-6…[politica]
un pomeriggio pieno di nubi
vidi calare la pioggia e la cenere
da tutti i muri, la morte
dagli occhi miei, delle mie ideologie
delle idee fatte spie, lì a Andrassy ut.
 
Il tuo desiderio d'essere riccia
emerge ad ogni litigio
e tu ad ogni cattivo, duro
battito del cuore ricordi
di essere libera.
 
N7
Se ogni secolo ha il suo male,
il nostro vale ben poco e si chiama
“assenza”, nasce da lacrime un poco
vuote, da un forte bisogno comune
di confusioni private...
 
 
Fine sezione
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Sez. Delle cose perdute
 
Ricerca
 
Quanti sono gli organi di barberia
che non ho saputo suonare
nelle caldi notti d’estate?
E negli offuscati meriggi?
Lisci i capelli che a volte ho descritto,
Amissa non solo la cosa, la rosa
non osa ma si posa in ogni pensiero:
ha ragione il padre di Mauro,
che ogni foglia di lauro,
la forma l’odore il colore,
è intrisa di nero.
 
(Senza titolo)
 
Vai anima mia, scruta
le unioni mortali, se giorgio
e marilena si sono uniti:
hanno battuto il gorgo?
quello che porta alla solitudine?
setaccia tra i semi,
trova qualcosa che non sia
solo peccato, un motivo,
una via, quasi un'anima pia
[continua]

Il sogno sbagliato di Mela

Un ponte azzurro.
Solo, tra cielo e terra,
forse è bello, forse alto,
basso, secco e corto:
dove arrivi ponte distrutto?
Io non ho il cuore adatto,
salirlo? neanche affrontarlo,
e tu? Piccola mima di poche
speranze?credi che basta pregare
un poco da sola, per attraversarlo?
 
 
 
 
 
(Senza titolo)
 
Ho trascorso da solo migliaia
e migliaia di notte d’estate.
Ora, le ore più oscure si ripetono
fino al mattino, dopo averti
incontrata. Disegnammo
insieme i riflessi dei sogni
sui nostri bambini, fanciulli
fatti d’odore e sudore, le gocce
prendono nome ed ora?
Tutto è scomparso, un ricordo
Rosa flautati di cui non trovo i confini
 
 
Dedica
 
Ad una di cui non ho mai saputo il nome
che -non più piccola - non ricordo il colore
degli occhi, né il sorriso, mai accennato,
appena rimembro il nodo ai capelli:
eppure ha conosciuto per prima,
strano,ogni mio segreto mortale.
 
Il pianto di Orfeo
 
Se vengo nelle tenebre,
anima mia, vengo non solo per te,
Euridice mia, ho bisogno
di ritrovare la via della poesia:
svegliare, di nuovo, gli occhi,
e sospirare il sole,
i raggi riflessi da te,
i sogni che trovo in te;
per non farmi scomparire di nuovo,
allunga e dammi la mano.
Anche se sfiorarla senza guardarla,
non sarà un sollievo per me,
Orfeo, solo un’anticipazione,
il tempo d’attesa,
alla benedizione d’ogni sguardo,
che dà colore al fondo dell’anima,
e al tono della mia voce:
sarò di nuovo il cantore.
 
 
 
 
 
 
 
 
Dopo la casa dei morti
 
Basta con le ideologie
assassine di morte,
e vada via il sangue dalle bandiere,
dalle bandiere del cuore,
che non trovano spazio
a piazza Nagy. Allora?
Allora fratelli, fratelli
di letto e di mestiere,
fratelli di fatti e di poche
parole, parole, ora, macchiate
gridiamo la nostre morte
alla bandiera col buco
di buda che sventola
sul punte nuovo di margit hìd.
 
(Senza titolo)
 
Quelle gambe che toccano terra
e erano sospese nell’aria
sul filo, nero –di gonna- proteso
fino alle nostre coscienze:
coscienze da esseri soli,
le bianche coscienze che muoiono
sole e da sole si trovano.
Si possono intrecciare? A quale prezzo?
Con quali soldi, tu piccola cedra,
che di notte toccavi i miei fili,
hai pagato il silenzio?
Soli, noi siamo soli,
non siamo poeti ma solo gocce
di pianto(di spirito?)
 
Sez. Ossi di vespa
 
Ossi di vespa
 
E di ogni altro piccolo insetto,
di mammiferi ed animali,
ossi di girasole, piegati
sull’ombra del sole,
come contadine.
Torbidi immagini, che toccano
spume di neve e di mare,
memorie e cose vissute
 
 
 
 
 
 
 
 
(Senza titolo)
 
Accende i fari signora?
nessuno si copre
di immenso e di luce
dai freschi mattini.
A me bastano le chiare
figure delle piccole cose:
ferire i miei occhi
con baci e vicoli stretti.
In questo io sono.
 
(Senza titolo)
 
I raggi rompono gli occhi
Tutto mi assolve, nel fine delle giornate
Tutto si tinge di rosso
E ti guardo
L’anima si punge ad ogni sussulto solare
Il cielo è una musica lontana
che sta per finire
note di notte fra stelle
e presto giunge il mattino
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